Vaticano, abusi tra i chierichetti: dietro le accuse, una feroce vendetta personale?

17 Aprile 2021 By VALLE INTELVI NEWS 0
Fonte La Stampa

CITTÀ DEL VATICANO.

Ci sarebbe «una feroce vendetta» personale alla base delle accuse di abusi sessuali all’interno del Preseminario San Pio X che hanno dato vita ad un processo nel Tribunale vaticano che, giunto alla nona udienza, sembra ancora richiedere tempi lunghi per la conclusione. A parlare oggi pomeriggio di rancori e ritorsioni dietro questa oscura vicenda all’ombra del Cupolone è stato don Angelo Magistrelli, superiore dell’Opera Don Folci (ente al quale il Preseminario fa riferimento) e attuale rettore dell’istituto in Vaticano che accoglie e forma i cosiddetti “chierichetti del Papa”.

Interrogato per oltre un’ora dal presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, Magistrelli – che a inizio udienza si è lamentato della presenza di giornalisti in aula – ha indicato un unico autore di questo profluvio di accuse che, dal 2017, fa tremare il Palazzo San Carlo: Kamil Jarzembowski, il giovane polacco espulso dal Preseminario per la sua condotta. Kamil al momento risulta essere l’unico testimone oculare dei presunti abusi compiuti da don Gabriele Martinelli, il giovane sacerdote imputato insieme all’ex rettore monsignor Enrico Radice. È stato lui, anni fa, a parlare con “Le Iene” e sempre lui ad aver inviato una serie di lettere, anche a capi Dicastero, per denunciare fatti avvenuti tra le mura del San Pio X. 

Secondo l’attuale rettore, Kamil non ha mai digerito la sua espulsione dal Preseminario, determinata da una condotta impropria (come quella di avvelenare le piante del giardino) e dai comportamenti nei confronti di superiori e altri allievi. Jarzembowski «era un personaggio complesso», ha detto Magistrelli, che ha fornito dettagli sulla fuga del ragazzo nel 2013 a Treviso per andare a casa di un ex preseminarista uscito dal San Pio X, «al quale era legato affettivamente». Stando ai racconti del sacerdote, nelle ore febbrili in cui si cercava Kamil fuggito all’alba da Porta Sant’Anna, sul cellulare del rettore arrivò un sms di Kamil alla mamma del suo ex compagno in cui minacciava il suicidio se non fosse più riuscito a vedere il figlio. I superiori interpellarono la Polizia ferroviaria che individuò il ragazzo e lo riportò a Roma. Fu anche avvertito il padre di Kamil che partì il giorno stesso dalla Polonia. «Radice si intenerì», ha detto Magistrelli, e offrì a Kamil il suo «perdono» riammettendolo nel Preseminario obbligandolo però a sottoscrivere un documento in dieci punti in cui si impegnava a rispettare alcune regole.

«Alla fine di quell’anno però nessuno dei dieci punti fu rispettato e Kamil allora allontanato. Fui io – ha ammesso Magistrelli – a chiedere a Radice di dimetterlo. Ci fu una telefonata e uno scambio epistolare, Kamil si sentiva offeso di essere stato dimesso in modo indegno e diceva di avere il diritto di restare per finire gli studi. Gli spiegai che per i suoi comportamenti non poteva essere più riammesso. Se l’è legata al dito e ha promesso di vendicarsi. Infatti è successo il finimondo, una vendetta feroce che ha portato Kamil fino a Mediaset».

Dopo quei servizi tv, avvenuti poco dopo l’ordinazione sacerdotale di Martinelli, l’Opera Don Folci era pronta a denunciare. «Abbiamo sofferto tantissimo e volevamo evitare i risvolti verso gli adolescenti ancora presenti che si sono sentiti violentati dalla non verità, dalla cattiveria. Molti genitori ci hanno scritto e io stesso scrissi al Papa per dire: “Vogliamo la verità, siamo i primi ad essere infangati. Vogliamo prove sincere, testimoni certi!”».

Sull’onda del clamore, ci fu una riunione interna con la Segreteria di Stato e i capi della sicurezza vaticana. «C’erano tutte le condizioni per procedere ad una causa civile per danni», ma Martinelli bloccò ogni iniziativa. «Disse: “Non ho fatto nulla, ma non me la sento di denunciare nessuno”. Su di lui sono state dette falsità incredibili, che era un prete pedofilo quando invece era coetaneo degli altri ragazzi. Non ha voluto però denunciare. Intuii che il vescovo (l’allora vescovo di Como, Diego Coletti) aveva suggerito di non esporsi».  

Sempre Magistrelli, che frequentava spesso il Preseminario stando in contatto diretto coi ragazzi, ha detto di non essere mai venuto a conoscenza di abusi nel periodo 2006-2012, ma di aver appreso tali notizie solo successivamente e principalmente dai media. «Nessuno, né vescovi, né sacerdoti, seminaristi o donne di servizio hanno mai accennato a problemi sessuali».

Nel 2013 fu, però, informato dal rettore Radice di una lettera anonima indirizzata al Papa in cui lo stesso Radice veniva accusato di pedofilia e don Gabriele Martinelli di atti omosessuali nei confronti di altri compagni. L’esistenza della lettera era stata rivelata a Radice dal cardinale Angelo Comastri. «Don Enrico telefonò una sera molto angosciato, piangeva… Partimmo per Roma insieme ad altri membri dell’Opera Don Folci per dargli conforto. L’incontro avvenne nella casa Bonus Pastor. Radice ci disse che era stato contattato dalla Segreteria di Stato per verificare i contenuti della lettera. Lasciammo che fosse lui a gestire tutta la situazione». 

La stessa lettera era stata inviata nel luglio 2013 al vescovo Coletti, che aveva incaricato proprio Magistrelli di redigere una memoria sulla missiva. Solo dopo si è scoperto che a scriverla era stato Alessandro Flamini Ottaviani, ex alunno del Preseminario per un solo anno, ma in un primo momento Magistrelli aveva ipotizzato che la lettera fosse una conseguenza della spaccatura interna al Preseminario creata da alcuni sacerdoti che caldeggiavano l’ampliamento dell’istituto a giovani universitari. Un progetto naufragato dopo che il cardinale Comastri espresse la sua contrarietà. 

I sostenitori, tra cui l’allora vicerettore don Ambrogio Marinoni e il padre spirituale don Marco Granoli (morto lo scorso anno per Covid), non la presero bene e imputarono a Radice il fallimento dell’iniziativa. Si creò una frattura che esacerbò le tensioni già presenti nella équipe educativa: «I contrasti erano così forti che il Consiglio dell’Opera decise di cambiare la direzione del Preseminario, e subentrò dopo un anno come rettore don Bruno Moneta», ha detto Magistrelli. Che ha concluso la sua testimonianza assicurando che il Preseminario vive negli ultimi quattro anni un periodo d’oro: «Più le trasmissioni parlavano male di noi, più ricevevamo richieste. Il Preseminario non è mai stato così florido: abbiamo 16 adolescenti, 10 universitari, una équipe educativa bellissima».

Durante l’udienza sono stati ascoltati come testi don Enzo Pacelli, ex preside del liceo Sant’Apollinare, frequentato da alcuni preseminaristi, e don Luigi Portarulo, ex allievo e vicerettore. Entrambi, alla domanda se mai fossero stati raggiunti da notizie di abusi nel Palazzo San Carlo, hanno dato la stessa identica risposta: «Assolutamente no!». 

La prossima udienza si terrà il 27 aprile, negli stessi giorni in cui sarà in Vaticano il Comitato Moneyval. Pignatone ha detto che restano da ascoltare ancora dodici testimoni. La sentenza è, dunque, ancora molto lontana.