Le vacanze sulla neve non sono il capriccio dei ricchi, ma un fatturato importante per il settore

Se le cose non cambieranno prima di Natale e permarrà il divieto di andare in montagna a sciare, il settore sciistico e alberghiero perderà il 70% del fatturato e non ce lo possiamo permettere.

Parliamoci chiaro, non possiamo permettere che il settore sciistico e alberghiero di tutto l’Arco Alpino perda 12 miliardi di introiti . In Italia gli impianti di risalita sono 2.200, il 95% sono associati Anef, l’Associazione nazionale degli esercenti funiviari.  Le piste di sci sono 3683, per un’estensione di 6700 km; per lo sci di fondo invece si parla di 239 anelli per una lunghezza di 1926 km. Il comprensorio più grande nello sci di discesa è quello del Dolomiti Superski, 1200 km di piste e 450 impianti di risalita, numeri che lo pongono al top nel mondo. La Vialattea in Piemonte conta 400 km di piste e 63 impianti, Breuil Cervinia 322 km di piste e 52 impianti, mentre la sola Cortina conta su 120 km di piste e 29 impianti.

L’ indotto della filiera dello sci

La filiera legata al turismo invernale e’ molto ampia e va dall’aspetto puramente sportivo all’ospitalità. Sono tante le categorie che subirebbero un pesante deficit in caso di parziale o addirittura mancata apertura della stagione sciistica 2020/2021.

Comparto sportivo: lavoratori impianti a fune, personale cassa skipass e amministrazione, addetti alla pista (gattisti), maestri di sci (400 scuole in Italia, 14.000 maestri e 1,7 milione di allievi nella stagione 2019/2020), skimen, noleggiatori di attrezzatura (sci, snowboard, ciaspole), guide alpine, guide di media montagna, organizzazioni gare e manifestazioni di vario genere.

Logistica (hotel, case private, appartamenti, B&B, residence): personale reception, amministrativo e accoglienza nelle strutture alloggiative, cuochi, aiuto cuochi, camerieri, cameriere ai piani, pizzaioli, baristi, disc jockey, addetti alle pulizie delle strutture, estetiste, parrucchiere, personale che lavora nelle baite lungo le piste da sci e apres ski, addetti al trasporto dei clienti (shuttle, noleggio con conducente, skibus).

Attività commerciali: personale di negozi che vendono abbigliamento invernale, alimentari stagionali, ristoranti, bar, pub, discoteche, negozi souvenir, distributori di benzina, imprese artigiane.

La voce dei gestori degli impianti

Noi auspichiamo che in caso di apertura prima di Natale vengano ripristinati i collegamenti tra le regioni, aggiunge Valeria Ghezzi . Forse Veneto, Piemonte e Lombardia potrebbero aprire e limitare le forti perdite, con i loro residenti,ma non saprei come potrebbero fare Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta che sono territori prettamente turistici”.

La voce delle diverse regioni interessate

Friuli Venezia Giulia

Le stazioni sciistiche friulane sono Tarvisio/Monte Lussari, Ravascletto/Zoncolan (notevole crescita delle presenze nella stagione scorsa), Sella Nevea che offre un collegamento con la Slovenia, Piancavallo, Forni di Sopra/Sauris e Sappada. I comprensori montani friulani rischiano di perdere importanti numeri del turismo estero che in inverno sfiorano il 50% delle presenze.

Il blocco dell’Est, a partire dalla vicina Slovenia fino ad arrivare alla Polonia, nell’inverno ormai alle porte rischia di essere il grande assente. Il turismo italiano proviene maggiormente dal Veneto ma anche dall’Emilia Romagna, Lombardia e Toscana

Veneto

In Veneto oltre il 90% del turismo invernale e’ concentrato in provincia di Belluno. Localita’ ‘Regina’ e’ sicuramente Cortina d’Ampezzo, la ‘Perla delle Dolomiti’, il centro sciistico dal sapore d’antan che nel 2026 tornera’, a distanza di 70 anni, citta’ olimpica (questa volta assieme a Milano).

In base alle statistiche del turismo, ogni persona spende durante la stagione invernale mediamente 136 euro al giorno (125 in estate). Il 60% della spesa riguarda il pernottamento, il 30% la ristorazione e il 10% servizi vari. Prima del lockdown (gennaio e febbraio) sulle Dolomiti venete e’ stato registrato un incremento pari al 17% nelle presenze (825.721) rispetto all’anno precedente.

Trentino

Una regione di montagna molto frequentata dal turista italiano e’ il Trentino, particolare la Val di Fassa e Madonna di Campiglio. Nella vallata ladina, culla di antiche tradizioni, pernottamenti nell’inverno scorso sono stati 2,2 milioni. Secondo una stima a livello provinciale ogni persona spende 130 euro al giorno. Il turismo nazionale e’ pari al 60% e di esso il 70% proviene da Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Il restante 40% riguarda flussi esteri.

Alto Adige

L’Alto Adige e’ la destinazione dove il turismo e’ storicamente piu’ straniero che italiano. Nella stagione terminata ad aprile il numero dei pernottamenti e’ stato pari a 9,7 milioni per un calo del 22% rispetto a quella precedente (da novembre a febbraio presenze erano +9,9%). Nella stagione invernale 2019/2020 il numero di ospiti tedeschi si e’ avvicinato al dato di quello degli italiani.

Dalla Germania le presenze sono state 3,6 milioni, ovvero un calo del 30% mentre quelle italiane sono state 3,5 milioni (-12,8%). Forte la riduzione degli ospiti svizzeri (-40%). L’unica nazione che ha registrato una crescita nell’inverno scorso e’ stata la Norvegia con quasi 26 mila presenze (+36%). 

Valle d’Aosta

E’ la regione di montagna piu’ piccola d’Italia ma che produce numeri molto elevati. Attualmente l’unica stazione sciistica operativa, aperta solo ai sciatori professionisti a seguito delle restrizioni, e’ quella di Cervinia. Gli altri comprensori sciistici sono a Courmayeur, La Thuile (collegamento con la Francia), Monte Rosa-Gressoney (Champoluc) e Pila. Lo scorso inverno le presenze (pernottamenti) complessive sono calate del 24,4% attestandosi su un milione e 286 mila presenze.

Restando alla precedente stagione dello sci, le presenze italiane sono state 634.411 per un calo rispetto all’anno precedente del 17%. La regione con le maggiori presenze resta la Lombardia (237.886 nel 2020). Per quanto concerne le presenze straniere – in Valle d’Aosta arrivano turisti da tutto il mondo – il Regno Unito svetta con 203.299 presenze (nel 2019 erano 295.592). Nell’estate 2020 le presenze sono crollate del 35% attestandosi su 991.561. Netto il calo dei turisti italiani, -23,8% e ancor piu’ forte quello straniero (oltre -64%). Dimezzate le presenze di svizzeri e francesi, al 66% quelle degli olandesi che da 53.193 sono scesi a 18.066.

Piemonte

Il comprensorio sciistico piu’ vasto del Piemonte e’ la ‘Via lattea’ che comprende Sestriere, Sauze d’Oulx, Oulx, Sansicario, Cesana, Pragelato e Claviere. Sulle montagne piemontesi preoccupa già la quasi certa perdita della clientela straniera che è il 45% del fatturato della stagione invernale.

Da metà gennaio a fine febbraio i turisti sono prevalentemente esteri – dal Brasile alla Cina, dagli Stati Uniti alla Scandinavia – e sono il 70-80% della clientela. A livello italiano a recitare la parte del leone sono i vacanzieri di Lombardia e Liguria (da alcuni anni e’ chiusa la stazione sciistica di Monesi di Triora). I lavoratori stagionali impegnati nel comprensorio sono oltre 4.000. Secondo i vertici del comprensorio ‘Vialattea’ il problema dei costi legati alle operazioni di sanificazione – 7.000 veicoli tra skilift, seggiovie e cabinovie – “si proietteranno sul costo del biglietto, 1-2 euro in piu'”.

Come potete notare la situazione non è affatto rosea. Se permanesse la chiusura degli impianti sciistici in queste regioni, l’economia sarebbe davvero messa in ginocchio.

C’è da augurarsi che chi vieta in nome della tutela della salute, sia ben consapevole dei costi/benefici di ciò che sta facendo, se poi i paesi attigui alle nostre frontiere come AUSTRIA e SVIZZERA tenessero gli impianti aperti e i nostri sciatori pensassero di fare le vacanze all’estero, dovrebbero poi incorrere in 15 giorni di quarantena al ritorno. Provvedimento probabilmente efficace per bloccarli, ma assai poco liberale e poco degno di una Europa senza frontiere.

Manuela Valletti

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