“Sono disteso su un letto d’ospedale a Sion, con i polmoni ancora pieni di fumo e la voce che si spezza ogni volta che provo a raccontare. Ho 55 anni, vivo a Crans-Montana con la mia compagna e mia figlia di 17 anni. Fino a quella notte la mia era una vita normale, tranquilla. Poi, alle 1.20 di Capodanno, tutto si è fermato.
Ero in casa quando ho visto dalle finestre del Constellation uscire fiamme incandescenti. Subito dopo è arrivata la telefonata di mia figlia. Una di quelle che ti ghiacciano il sangue: fuoco, feriti, una strage. Sono sceso in strada di corsa con un estintore, ma ho capito subito che non sarebbe servito a nulla. Il fumo era nero, denso, irrespirabile. La combustione era stata rapidissima e violenta. In pochi minuti aveva consumato tutto l’ossigeno. Dentro non si respirava più.
Ho trovato mia figlia fuori, immobile, in stato di choc. Aspettava il suo fidanzato, rimasto dietro una porta. È riuscito a uscire davanti ai suoi occhi, per pochi secondi. Ora è ricoverato a Basilea in condizioni gravissime, con ustioni pesanti. Lei è viva per una concatenazione di eventi che ancora faccio fatica a spiegare: un attimo prima o un attimo dopo, e oggi starei raccontando un’altra storia.
Ho chiamato i soccorsi, cercando di non perdere la testa. Poi ho capito che dovevo fare qualcosa. Ho cercato una via d’uscita alternativa. Sul retro ho visto una porta chiusa, bloccata dall’interno. Dietro il vetro vedevo piedi, mani, corpi a terra. La struttura non era crollata, ma dentro era diventata una trappola.
Con l’aiuto di uno sconosciuto, arrivato dopo aver sentito il boato, abbiamo sfondato quella porta tirando con tutta la forza che avevamo. Non avevamo strumenti, non avevamo tempo. I pompieri stavano arrivando, ma lì ogni secondo era vita o morte.
Quando la porta si è aperta, i corpi ci sono caduti addosso. Ragazzi vivi, ustionati, intossicati. Alcuni coscienti, altri no. Mi imploravano di aiutarli, in più lingue. Anche in italiano. Erano giovanissimi. Quel locale era frequentato soprattutto da minorenni. Ho visto ragazze con minigonne e top eleganti, il fuoco ancora sulla pelle.
Li ho tirati fuori uno a uno, a mani nude. Senza pensare al dolore, al fumo, al rischio. Li trascinavamo fuori e li lasciavamo a terra nel punto di raccolta. Urlavano. E nella mia testa c’era un solo pensiero: potrebbero essere i miei figli.
Non c’erano altre uscite. Nessuna via di fuga. Chi era rimasto dentro non aveva scampo.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, ho visto anche l’umanità. I locali vicini si sono trasformati in punti di soccorso improvvisati. Hanno accolto i feriti, li hanno fatti sedere, li hanno aiutati a respirare, a non svenire. Quella solidarietà non la dimenticherò mai.
Quello che mi resta addosso sono gli sguardi. La lucidità disperata di chi sa che sta morendo. Persone ustionate che ti guardano e ti chiedono di non lasciarle lì. È qualcosa che non si cancella.
Io oggi sono ricoverato per intossicazione. Mia figlia è salva. Il suo fidanzato lotta tra la vita e la morte. A Crans-Montana il Capodanno non è finito con un brindisi. È finito alle 1.20, davanti a una porta che non si apriva, mentre dall’altra parte qualcuno gridava aiuto.”
—Paolo Campolo.💔