L’assessore lombardo Massimo Sertori ha appena ereditato da Norman Gobbi il comando di questa comunità di lavoro volta a valorizzare il territorio e lo sviluppo economica dell’Insubria. Abbiamo parlato con lui dei progetti comuni, passati e futuri.
Marija Alberti-Miladinovic
Con Regio Insubrica si intende un’area geografica che comprende il Canton Ticino e le province italiane di Varese, Como, Lecco, Novara e Verbano-Cusio-Ossola.
Ma questa denominazione definisce soprattutto una comunità di lavoro creata nel 1995, quindi 30 anni fa, nata dalla necessità di sancire l’appartenenza territoriale condivisa da questa regione elvetica e dalla confinante terra italiana.
Lo scopo della Regio Insubrica è quello di promuovere la cooperazione transfrontaliera, lo sviluppo economico di queste due aree altamente produttive e la valorizzazione delle risorse comuni.
Tra i principali successi ottenuti grazie agli sforzi di questa comunità di lavoro c’è il nuovo accordo fiscale per lavoratrici e lavoratori frontalieriCollegamento esterno, entrato in vigore nel luglio 2023. Ne abbiamo parlato con Massimo Sertori, assessore della Regione Lombardia responsabile dei rapporti con la Confederazione, nonché nuovo presidente della Regio Insubrica. Sertori ha ereditato questa carica annuale nelle scorse settimane, subentrando al consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi.
Tvsvizzera.it: Signor Sertori, la Regio Insubrica svolge un ruolo centrale nei rapporti tra Italia e Svizzera. Qual è stato, secondo lei, il risultato più importante ottenuto in questi trent’anni?

Massimo Sertori: Sicuramente il nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera entrato in vigore due anni fa. L’accordo precedente risaliva al 1974 e, nonostante vari tentativi, le trattative tra i due Paesi erano rimaste bloccate per anni. Da quale tempo, abbiamo attivato un dialogo diretto tra Regione Lombardia e Canton Ticino, che ha portato alla creazione di un gruppo di lavoro congiunto. Dopo circa un anno, abbiamo firmato una lettera d’intenti con il presidente del Consiglio di Stato ticinese (il governo cantonale, ndr) di allora, nella quale venivano delineati principi chiave. Tra questi c’è anche la distinzione tra vecchi e nuovi frontalieri, con due regimi fiscali diversi. Pur non avendo competenze dirette in materia fiscale, questo approccio “dal basso”, stipulato da chi conosce bene le particolarità territoriali, ha sbloccato una situazione di impasse internazionale.
Ciò mette in luce l’importanza di un’iniziativa partita dalle regioni, anziché dai governi centrali?
Esattamente. Il dialogo tra enti territoriali, più vicini ai problemi concreti, può produrre soluzioni efficaci anche su questioni di portata nazionale. In Svizzera, questa logica è percepita in maniera più naturale perché i Cantoni hanno grandi competenze; in Italia invece, anche una Regione importante come la Lombardia ha poteri limitati. Io sono da sempre un sostenitore, anche per l’Italia, di un sistema federale simile a quello svizzero. Per ora, però, il confronto tra Regione e Cantone resta uno strumento fondamentale.
Tornando ai contenuti dell’accordo fiscale, crede che la distinzione tra vecchi e nuovi frontalieri stabilizzerà la situazione o scoraggerà una parte dei frontalieri e delle frontaliere?
È presto per dirlo, potremo valutare meglio tra uno o due anni. I vecchi frontalieri continuano con la fiscalità precedente, quindi per loro non è cambiato molto. Anche perché, giustamente, hanno impostato le loro vite, i loro progetti e impegni familiari sulla base di un determinato regime fiscale e di un certo reddito.
I nuovi frontalieri, invece, sottostanno ora a un sistema diverso. Ma hanno la possibilità di valutare, sin dall’inizio, se la condizione lavorativa e fiscale cui vanno incontro conviene loro o meno. Abbiamo insistito su questa distinzione nel rispetto di chi aveva fatto scelte di vita basate su condizioni prestabilite. Il nuovo sistema è tuttavia più trasparente: chi oggi sceglie di lavorare in Svizzera lo fa consapevolmente, sapendo quali saranno oneri e onori.
Un altro ambito importante è quello dei progetti Interreg. Oltre l’80% delle proposte finanziate sono frutto di iniziativa italiane e non svizzere. Come mai, secondo lei?
I progetti Interreg coinvolgono un’area molto vasta, non solo il Canton Ticino, ma anche Grigioni, Bolzano e altre zone di confine. Dal lato italiano ci sono entusiasmo e partecipazione, e comunque ogni progetto ha bisogno di partner svizzeri, quindi il coinvolgimento c’è. Forse la minor partecipazione da parte ticinese dipende da fattori interni, o da una maggiore complessità nella redazione delle proposte. Ma il programma funziona molto bene.
Lei è valtellinese e conosce bene le realtà montane. Che potenziale vede nella nascita della Regio Retica, la nuova comunità di lavoro che unisce Valtellina e Valchiavenna, con le valli del sud del Canton Grigioni?
Lo vedo come un fatto molto positivo. La Valtellina ha storicamente un legame fortissimo con i Grigioni: ci sono similitudini forti dal punto di vista geografico, culturale e linguistico. I contatti tra comunità esistono da sempre, ora li abbiamo istituzionalizzati attraverso un progetto Interreg. E avere una piattaforma di dialogo formale è un passo avanti per valorizzare queste affinità.
>>> Per approfondire: “I territori di frontiera si uniscono nella Regio Retica”