Cresce il numero di agricoltori che lamenta danni alle colture causati da uccelli, quali cornacchie e storni, ma anche pappagalli e colombi. Difendersi è possibile, ecco come

Tommaso Cinquemani

Se il cinghiale è il nemico numero uno degli agricoltori, gli uccelli vengono subito al secondo posto. Corvi e cornacchie, colombi e storni, merli e parrocchetti quando prendono di mira un campo possono arrecare seri danni alla produzione. Certo, non sono paragonabili ai danni causati dagli ungulati, ma rappresentano comunque una minaccia alla produttività del campo.


“Ogni specie ha un suo comportamento specifico e predilige certe colture piuttosto che altre”, spiega Giuseppe Mazza, ricercatore del Centro Crea di Difesa e Certificazione di Firenze, che si è occupato specificatamente di parrocchetti.


Una delle specie più dannose è sicuramente lo storno, uccello autoctono e gregario in grado di dare vita a stormi imponenti (omen nomen). Altamente polifago, questo uccello vive sia nelle nostre città che in aree di campagna, attirato dalla presenza di cibo. Quando una colonia si insedia in un frutteto è capace di scaricare in pochi giorni tutti gli alberi arrecando seri danni all’agricoltore colpito. Inoltre, a meno di deroghe, l’abbattimento è vietato. Questi uccelli si nutrono di frutta, come ad esempio di ciliegie, ma anche di oleaginose, quali il girasole, ma anche di orticole di vario genere.

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I corvi sono tra gli uccelli più dannosi per l’agricoltura (Foto di archivio) Fonte foto: © Piotr Krzeslak – Adobe Stock

Un’altra famiglia problematica è quella dei corvidi, tra cui le specie più dannose sono le cornacchie grigie e le gazze. Queste si nutrono di mais, orticole e anche di frutta. Il loro numero non è mai eccessivo e hanno una abitudine solitaria, ma grazie alle grandi dimensioni e ai becchi possenti possono arrecare seri danni. Lo sanno bene ad esempio gli agricoltori che coltivano meloni e angurie, che si vedono bucare i frutti da questi uccelli. I corvidi sono animali estremamente versatili e adattabili, tanto da aver colonizzato anche aree urbane andandosi a cibare di rifiuti.


Danni minori sono causati dai merli e dalla famiglia dei columbidi, a cui appartengono i piccioni, le tortore e i colombi. Presenti in numero limitato e non particolarmente voraci, questi animali arrecano i danni principali al momento della semina di alcune colture, come il mais, oppure quando si insediano su alberi da frutto.


Una criticità emergente è invece quella rappresentata dai parrocchetti“In Italia ci sono diverse comunità anche molto numerose che si sono formate dalla fuga accidentale o dal rilascio di animali da compagnia”, spiega Mazza.

“Ad oggi sono due le specie più diffuse: il parrocchetto dal collare, originario dell’India, che ha l’abitudine di nutrirsi sugli alberi ed è particolarmente dannoso quindi per le colture frutticole. L’altra specie è il parrocchetto monaco, originario invece del Sud America, che oltre ad alimentarsi sugli alberi scende anche a terra ed è quindi dannoso anche per le coltivazioni ortive”.


Le popolazioni di parrocchetto sono ancora limitate, ma si stanno espandendo velocemente. La loro presenza è concentrata soprattutto in città, dove sono presenti in quanto provenienti da abitazioni private, ma il loro numero sta crescendo anche nelle campagne. Essendo animali gregari, i parrocchetti formano ampie colonie in grado di arrecare pesanti danni alle colture su cui si insediano.

Un gruppo di parrocchetti

Un gruppo di parrocchetti

(Fonte foto: © balouriarajesh – Pixabay)


La difesa dagli uccelli dannosi per l’agricoltura

danni causati dagli uccelli sono spesso di piccola entità e a meno che una colonia numerosa non si stabilisca all’interno dei campi, gli effetti negativi sono limitati. Tuttavia, in momenti particolari del ciclo colturale o per specie di elevato interesse è bene approntare alcuni strumenti di difesa.


L’obiettivo deve essere quello di creare un ambiente ostile all’uccello, in cui si senta in pericolo e venga dunque spinto ad allontanarsi. Per farlo uno dei metodi più economici è l’uso di manufatti di vario genere.

Lo spaventapasseri è il tipico strumento utilizzato, ma la sua immobilità provoca ben presto assuefazione negli uccelli, che non subendo danni dalla sua presenza lo riconoscono come innocuo. È allora possibile utilizzare strisce di tessuto riflettenti che mosse dal vento disturbano gli uccelli. Oppure aquiloni e palloni con colori aposematici che muovendosi sono molto efficaci nell’allontanare le specie indesiderate. “È bene tuttavia utilizzare più metodi differenti, alternandoli e cambiandoli di posizione, in modo che gli uccelli non si abituino alla presenza di questi strumenti di dissuasione”, specifica Mazza.


Altri strumenti utili sono i cannoni ad aria compressa che emettono dei boati in grado di spaventare gli uccelli. Nonché l’uso di veri e propri petardi, che oltre a fare un rumore assordante sono anche visivamente impressionanti per i volatili. Anche in questo caso però l’utilizzo di uno stesso sistema ripetuto nel tempo e a cadenze prefissate porta ad una veloce assuefazione.


Per le colture ad alto reddito è possibile anche utilizzare degli altoparlanti che emettono grida di angoscia o di allarme di uccelli. Grida che vengono emesse in natura quando un volatile viene catturato oppure quando un predatore è nelle vicinanze. Sono efficaci anche questi nel breve periodo, ma hanno lo svantaggio di avere un costo relativamente alto.


Per quanto riguarda la difesa del seme esistono oggi in commercio dei repellenti che avendo un odore e un gusto sgradevole allontanano gli uccelli dai semi appena deposti nel terreno. In questo caso tuttavia è molto efficiente anche l’aumento della profondità di semina che rende difficile al volatile raggiungere il seme.


“I danni causati dagli uccelli sono nel complesso bassi, ma possono rappresentare un problema per le singole aziende agricole colpite”, sottolinea Mazza. “La strategia deve essere quella di mettere in campo differenti sistemi di dissuasione al fine di allontanare i volatili e al contempo ridurre al minimo il rischio che si abituino al sistema adottato dall’agricoltore”.

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Autore: Tommaso Cinquemani

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