Il gasolio agricolo è aumentato del 50%, i produttori di olio si trovano di fronte ad un aumento complessivo del 12% dei costi medi di produzione e i fiori nelle serre sono in ginocchio. L’impennata dei prezzi sta provocando un effetto valanga sulla spesa delle famiglie e sui costi delle imprese

 di Tommaso Tetro

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Bollette, carburanti, materie prime, e inflazione che si abbatte sui beni di consumi, pesano sempre di più sull’agricoltura. Su quel pezzo d’Italia che, dai campi, porta il cibo sulle nostre tavole. Oggi per via dell’aumento dei costi – in testa quello dell’energia – senza contare che le quotazioni delle materie prime alimentari hanno raggiunto il massimo dal 2011, a essere colpita è l’intera filiera agroalimentare del nostro Paese; cioè il primo settore economico con un fatturato di oltre 540 miliardi di euro, e un’occupazione di quasi 4 milioni di lavoratori. Con ricadute concrete non soltanto sull’economia ma anche sulle abitudini alimentari, se si pensa che più di sette prodotti su dieci delle aziende agricole e degli allevamenti finisce alle industrie e poi alla distribuzione, quindi a mercati e supermercati.

L’impennata dei prezzi dell’energia

Il settore agroalimentare assorbe infatti complessivamente l’11% dei consumi energetici industriali, pari a 13,3 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti. Gli effetti del rincaro delle bollette sono evidenti. L’incremento dei costi delle bollette energetiche delle aziende agricole a fine 2021 è stato del 120% rispetto all’inizio dello stesso anno. Per il gas, l’aumento si è registrato solo parzialmente nel 2021, a partire da settembre, e si ritroverà in maniera significativa nel 2022, ma intanto il costo del metano è quasi triplicato.

La Coldiretti parla di “tempesta perfetta” che colpisce il settore e che ha ricadute anche sulla dieta degli italiani. Aumentano i costi del 30% per la produzione del grano per la pasta, del 12% per l’olio extravergine d’oliva, e sono molte le difficoltà per raggiungere accordi di filiera sul prezzo del pomodoro riconosciuto agli agricoltori per l’avvio della coltivazione.

Il balzo dell’inflazione nella zona Ocse infatti è ai massimi dal 1997. Anche l’indice della Fao è chiaro: a novembre 2021, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, segna un +27,3%. In particolare, il cambio di marcia nell’andamento dei prezzi internazionali è stato impresso dall’aumento dei cereali, dove non poco influiscono gli effetti della crisi in Ucraina, con una crescita del 23,3%; a seguire il latte e i caseari con +19%, lo zucchero con +40% e i grassi vegetali con un +51,4%.


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Salgono i costi di produzione, si riducono i cicli di lavorazione

costi di produzione quindi sono in aumento. E c’è il rischio che si possa giungere al blocco delle produzioni, dal momento che già molte imprese stanno riducendo i cicli di lavorazione.

È questo il combinato disposto del caro energia sui campi. “Un doppio effetto negativo – rileva il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti – continuano a salire con percentuali senza precedenti i costi di produzione, dai fertilizzanti ai mangimi”, e “per effetto del prezzo del gas, cresciuto di oltre il 700%, potrebbe risultare insufficiente l’offerta di alcuni beni intermedi fondamentali per le prossime semine. Inoltre, aumenta ogni giorno il numero delle imprese di trasformazione che riducono o bloccano il normale ciclo di lavorazione”.

Il risultato è che vengono limitate sempre di più le possibilità di collocamento dei prodotti. “Oltre il 70% della produzione delle imprese agricole e degli allevamenti italiani è destinato alle industrie alimentari – sottolinea Giansanti – la filiera agroalimentare, nel complesso, è il primo settore economico del Paese con un fatturato annuale di oltre 540 miliardi di euro e 3,6 milioni di persone occupate”. È per questo che serve “un intervento incisivo e straordinario per non mettere a rischio la ripresa dell’economia e l’occupazione. Anche le esportazioni potrebbero subire un ridimensionamento”.


Per il grano 400 euro in più all’anno

Le prime vittime sono i produttori di grano. Per loro la spesa quest’anno sale di 400 euro in più per ogni ettaro, dalla semina alla mietitura.


Il gasolio sale del 50% per le operazioni nei campi

La stangata interessa il gasolio agricolo necessario per le operazioni colturali, aumentato di circa il 50%, e persino i concimi. L’urea per esempio, che è fondamentale nella fase post semina del grano, è passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143%). Anche il fosfato biammonico Dap è raddoppiato, da 350 a 700 euro a tonnellata, mentre prodotti di estrazione come il perfosfato minerale registrano aumenti superiori al 65%.


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L’olio in difficoltà

In difficoltà – spiega Unaprol, Consorzio Olivicolo Italiano – anche i produttori di olio extravergine d’oliva sui quali si abbatte la scure dei rincari con un aumento complessivo del 12% dei costi medi di produzione. Ad incidere sono il prezzo del carburante, praticamente raddoppiato nel giro di pochi mesi, il costo dell’energia e i rincari di vetro (+15%) e carta (+70%) necessari per l’imbottigliamento e il confezionamento.


Il pomodoro a rischio

Sulla produzione di polpe, passate e sughi di pomodoro pesano invece i ritardi nella definizione di un accordo quadro per il 2022 tra produttori e industriali; considerato fondamentale proprio per l’aumento dei costi di produzione per le imprese agricole costrette ad affrontare esborsi vertiginosi per tutte le operazioni colturali. Senza un’intesa sui prezzi, le imprese agricole non possono permettersi di programmare l’avvio.


In crescita anche mangimi e serre, i fiori in ginocchio

La crescita dei prezzi energetici riguarda anche i mangimi per l’allevamento e il riscaldamento delle serre per ortaggi e fiori.

L’aumento record dei costi energetici spegne anche le serre e mette a rischio il futuro di alcune delle produzioni più tipiche del florovivaismo nazionale, come, tra gli altri, il ciclamino, il lilium o il ranuncolo. Ma molte imprese florovivaistiche non possono interrompere le attività. Le rose per esempio hanno bisogno di una temperatura fissa di almeno 15 gradi per fiorire e lo stesso vale per le gerbere, mentre alle orchidee servono almeno 20-22 gradi per fiorire ed in assenza di riscaldamento muoiono. E chi non riesce e far fronte agli aumenti è così costretto a spegnere le serre e cercare di riconvertire la produzione. Un trend che pesa gravemente su un settore cardine per l’economia agricola nazionale che vale oltre 2,5 miliardi, generati da 27mila aziende florovivaistiche attive in Italia, con un indotto complessivo di 200mila occupati.

Per le operazioni colturali gli agricoltori – spiega la Coldiretti – sono stati costretti ad affrontare rincari dei prezzi fino al 50% per il gasolio necessario per le lavorazioni dei terreni, senza dimenticare che l’impennata del costo del gas, utilizzato nel processo di produzione dei fertilizzanti, ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi dei concimi, con l’urea passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143%).


La ricaduta sulla filiera

Prezzi in su che non risparmiano neppure i costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare come quello per gli imballaggi, dalla plastica alla banda stagnata che incidono su diverse filiere (confezioni di latte, bottiglie per il vino, succhi e conserve, retine per gli agrumi, barattoli smaltati per i legumi).
Ma in un Paese come l’Italia dove l’85% delle merci per arrivare sugli scaffali viaggia su strada, l’aumento di benzina e gasolio ha un effetto valanga sulla spesa delle famiglie e sui costi delle imprese. A subire gli effetti dei rincari è infatti l’intera filiera agroalimentare, dai campi all’industria di trasformazione fino alla conservazione e alla distribuzione.


Il trasporto, gli aumenti dai campi agli scaffali

Un’analisi della Cgia sui carburanti offre anche una mappa degli aumenti generali e di quelli che toccano ogni singola tratta. In base ai calcoli dell’Ufficio Studi viene infatti fuori che “nell’ultimo anno per ogni Tir” si è avuto “un costo aggiuntivo di 8.600 euro”. Incrementi che nel 2021 hanno portato nelle casse dell’erario “1 miliardo in più” come “maggior gettito”.

Nell’ultimo anno sulle principali tratte autostradali un Tir di portata superiore alle 11 tonnellate per percorrere “la Venezia-Torino ha subìto un incremento di costo, rispetto a un anno fa, di 69 euro. Sulla Milano-Roma, la Bologna-Napoli e la Roma-Trento il rincaro si aggira attorno ai 100 euro. Sulla Reggio Calabria-Roma e la Genova-Bari gli aumenti per ogni veicolo sono rispettivamente di 120 e di 156 euro”.

Secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili “il numero di imprese di autotrasporto presenti in Italia è pari a 98.5174. Ci sono 1.685 attività di autotrasporto sospese e 16.877 imprese che, nonostante siano iscritte, non hanno veicoli”. A livello regionale la Lombardia è la realtà territoriale che presenta il numero più elevato, 14.131. Segue l’Emilia Romagna (10.532), la Campania (9.436). A livello provinciale è Roma a registrare il numero più importante con 6.199; segue Napoli (4.502), Milano (4mila), e Torino (2.962).


Il carrello della spesa

Per i grandi distributori e i supermercati il confronto con i fornitori è sempre più difficile e il prezzo dei prodotti sempre più alto. In particolare l’aumento dei costi alla fonte riguarda, per esempio, pasta (+8%), biscotti (+10%), caffè (+5%), farina (+20%), zucchero (+5%) e olio di semi (+10%). A questo si aggiunge, oltre alla spesa per gli imballaggi, il costo dell’energia proiettato direttamente sui punti vendita e sulle strutture in termini di illuminazione, del funzionamento del sistema di refrigerazione per la conservazione degli alimenti e per il condizionamento dell’aria.

Serve responsabilità da parte dell’intera filiera alimentare con accordi tra agricoltura, industria e distribuzione – osserva il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – per garantire una più equa ripartizione del valore per salvare aziende agricole e stalle anche combattendo le pratiche sleali nel rispetto della legge che vieta di acquistare il cibo sotto i costi di produzione”.

Come ci si salva? Sicuramente tenendo duro. “La necessità di risorse per sostenere il settore in un momento in cui con la pandemia da covid-19 si è aperto uno scenario di accaparramenti, speculazioni e incertezza – conclude Prandini – deve spingere il Paese a difendere la propria sovranità alimentare.

Fonte: Agronotizie

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